Leggende metropolitane sulla storia di Padova. Fake news ante litteram da sfatare

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Nel corso degli anni, chissà come, chissà perché presero piede alcune leggende metropolitane sulla storia di Padova, falsi miti che cercherò di sfatare in questo articolo.


In questo articolo, per la categoria del blog “Padova cultura e curiosità“, leggerete di alcune leggende metropolitane sulla storia di Padova che nel corso dei secoli si diffusero e consolidarono diventando, per molti, delle verità, smentite poi con il tempo.

Se in passato per nobilitare la città si utilizzavano mezzi poco consoni come ingigantire cose non vere oggi abbiamo capito che non c’è bisogno. La storia di Padova, il suo patrimonio artistico e culturale è così importante che non abbiamo bisogno di mezzucci per dare valore a Padova come città d’arte e di cultura.
Insomma non siamo come il sindaco di un paese vicino a Nottingham che inventò il ritrovamento di un qualche manoscritto per appropriarsi della paternità di Robin Hood (come lessi tempo fa…).

Cosa potete leggere in questo post

Leggende metropolitane sulla storia di Padova: Galileo Galilei e la torre della Specola

Tra le leggende metropolitane sulla storia di Padova che ancora circolano c’è quella secondo la quale Galileo Galilei facesse le sue osservazioni alla volta celeste dal terrazzo sulla sommità della Torre della Specola di Padova. Ebbene, no!

L’equivoco nasce dal fatto che la torre della Specola fu Osservatorio Astronomico ma solo nel 1761 il Senato veneziano ne decretò l’istituzione e nel 1777 furono ultimati i lavori. L’Osservatorio Astronomico della Specola di Padova fu attivo fino al 1942 quando fu realizzata la succursale dell’Università di Padova e l’Osservatorio astrofisico di Asiago. Nel 2002 l’Osservatorio astronomico di Padova perde la sua personalità giuridica ma rimane una delle principali strutture di ricerca dell’INAF (Istituto Nazionale di Astro Fisica).
Dal 1994 la Torre della Specola ospita il Museo della Specola, un museo astronomico e storico.

Galileo Galilei a Padova visse 18 anni, “i 18 anni più belli della mia vita”, disse lui, tra il 1592 ed il 1610 prima di trasferirsi a Firenze alla corte dei Medici. Ebbene, in quegli anni, la Specola era ancora la torre del Castello dei Carraresi di Padova, quella Torlonga, ormai in rovina, presa dai veneziani ed utilizzata assieme al castello, per fini molto meno nobili della sua destinazione d’uso originale. Quello che fu per anni noto ai padovani come il carcere cittadino, scomparve dalla memoria come castello perché già a partire dal quattrocento venne usato dai veneziani come deposito di materiale vario e, poi sotto gli austriaci divenne caserma e carcere.

Ecco dunque che Galilei non avrebbe mai potuto accedervi per fare le suo osservazioni con il cannocchiale. E non poteva farle neppure dalla sommità di Porta Molino, come dice una targa, ma per questo rimando all’ultima paragrafo…

Da dove faceva dunque le sue osservazioni Galileo nei suoi anni padovani? La risposta è molto più semplice: dal giardino di casa sua, l’odierna via Galilei, all’epoca nota come Borgo dei Vignali.

Perché manca il segno della bilancia nell’orologio di Piazza dei Signori

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L’orologio-astrario di Piazza dei Signori

Sull’orologio della torre di Piazza dei Signori e sui suoi segni zodiacali le leggende metropolitane si sprecano.

In particolare si parla dell’assenza del segno della bilancia nel quadrante dell’astrario. Come ho scritto nel post dedicato alla torre dell’orologio di Padova, uno degli edifici più iconici della città, parliamo di uno dei più antichi orologi torre del mondo. Sarebbe il più antico se quello che vediamo oggi non fosse una copia, fedele per altro, dello stesso orologio realizzato da Jacopo Dondi dell’Orologio (lo stesso della torre orologio di Chioggia), progettato nel 1344, e che faceva bella vista su un’altra torre, quella della Signoria dei Carraresi che si affacciava su Piazza Duomo. Quella torre e quell’orologio furono distrutte nel corso di uno scontro con i Visconti ma alcune di quelle formine dei segni zodiacali furono riutilizzate e riposizionate sull’Orologio di Piazza dei Signori quando i veneziani, nuovi governatori della città, la conquistarono nel 1404. Se parteciperete alla visita della torre dell’Orologio di Padova dall’interno le bravissime guide di Legambiente Salvalarte vi spiegheranno che alcuni dei segni zodiacali, dorati all’esterno, mostrano internamente segni di bruciatura.

Ma veniamo alla leggenda metropolitana del segno della bilancia della torre di Piazza dei Signori. Era tipico per un padovano che accompagnasse in giro per la città un ospite venuto da fuori dire come il segno della bilancia mancasse perché erano finiti i soldi, perché il committente non avesse pagato i lavoratori in toto e/o per rimarcare l’assenza di giustizia in città. Al posto della bilancia, simbolo di giustizia, lo spazio era occupato dal segno dello scorpione, simbolo di chi non perdona…Sarà per questo che si diffuse questa fake news?
Ebbene, anche questa cosa non è vera. Semplicemente la bilancia non c’è perché il sistema teorico di riferimento era quello dell’astronomia greca e la bilancia non era stata ancora codificata come costellazione autonoma (lo faranno gli arabi) e le sue stelle erano considerate parte della costellazione dello scorpione.

L’orologio astronomico di Padova è comunque una bella testimonianza della scienza prima della rivoluzione scientifica di Galileo quando ancora vigeva la credenza aristotelica della Terra al centro di un universo perfetto.

Una curiosa leggenda metropolitana sulla storia di Padova. Il cane di Antenore non era il suo cane e neanche Antenore lo era poi molto

Tomba di Antenore - Padova

La tomba di Antenore, il condottiero troiano considerato secondo la leggenda il mitico fondatore di Padova, è uno degli edifici più antichi della città medievale. L’edicola di pietra sotto alla quale è posta l’arca contenente le “spoglie di Antenore”, che metto fra parentesi volutamente, fu realizzata nel 1283.

Se il Trecento a Padova è considerato il secolo d’oro, le basi della rinascita dopo i secoli bui dell’alto medioevo, quello delle invasioni barbariche, furono poste nel Duecento. E’ nel 1218 che furono realizzato il Palazzo della Ragione, sede dei tribunali della Padova comunale e le torri del Municipio, nel 1222 che fu fondata l’Università degli Studi di Padova.

La città stava rinascendo quando nel 1274 durante i lavori per la costruzione di un ospizio per trovatelli furono trovate le spoglie di un guerriero, contenute in un’arca funeraria con due bare in cipresso al cui interno c’erano una spada e due vasi di monete d’oro. Il giudice Lovato Lovati (1240-1303) poeta e studioso preumanista, contattato per esprimere il suo parere, penso bene di attribuirle al principe troiano Antenore. In ambiente preumanista circolava una frase “Quando la capra parlerà e il lovo risponderà, Antenore si troverà“. Capra era il nome del capomastro dei lavori che portarono al ritrovamento, il “lovo” (lupo) richiama il nome di Lovato Lovati.

Fu così che si decise che si trattasse proprio di Antenore perché dare un’origine nobile alla città avrebbe giovato per favorire e stimolare un ulteriore sviluppo. Il fatto che in seguito quelle spoglie mortali risultarono appartenere (dopo analisi scientifiche svolte nel 1985) ad un guerriero ungaro morto durante le invasioni del IX secolo, poco importa, la tomba di Antenore rimane un monumento della città.

E di chi è la piccola tomba posta di fianco a quella di Antenore e che porta sul suo fianco un’iscrizione di un Lupo? Ma al cane di Antenore, ovviamente!! Ovviamente no, si tratta proprio della tomba di Lovato Lovati.

Leggende metropolitane sulla storia di Padova: le lapidi di Carlo Leoni (che perdoniamo per le sue intenzioni)

Leggende metropolitane a Padova Carlo Leoni

Le leggende metropolitane sulla storia di Padova non finiscono qui. Uno degli artefici, particolarmente attivo e solerte nel diffondere fake news fu il conte Carlo Leoni (1814-1874), letterato, autore di romanzi storici, ma noto soprattutto come epigrafista. Praticamente fu lui a scrivere molte delle targhe storiche e lapidi che tutt’oggi possiamo vedere e leggere in giro per la città. Queste lapidi, ispirate dal gusto romantico per il Medioevo e l’amore di Leoni per la cultura, sono degne di nota più per la prosopopea ed eloquenza più che per la precisione storica. Praticamente, sul piano storico, diffuse falsi miti…falsi storici, leggende metropolitane, oggi diremmo, anzi diciamo “fake news”.

Tuttavia non mi sento di condannare Carlo Leoni perché il suo obiettivo era quello di accrescere il prestigio di Padova, tanto ne era innamorato e se ne sentiva orgoglioso. Pensate che nell’intestazione delle sue lettere scriveva “Padovano immutabile”. Gli fu dedicata una via, via Carlo Leoni, dove c’era la sua casa ed anche lui ebbe la sua iscrizione.

Vi riporto qualcuna delle sue fake news.

L’iscrizione di Carlo Leone su Galileo Galilei a Porta Molino

Una delle più famosi iscrizioni di Carlo Leoni è quella secondo la quale Galileo Galilei, padre della scienza moderna, facesse le sue osservazioni alla volta celeste dalla sommità di Porta Molino.
La lapide dice “Da questa torre Galileo molta via dei cieli svelò”.
Ebbene non è vero…Galilei non puntava il suo cannocchiale al cirlo ne dalla Specola, ne da Porta Molino.

Leggende metropolitane e dove trovarle. La casa di Ezzelino.

Tra via Santa Lucia e via Marsilio sorge un bel palazzo medievale noto ai padovani come la “Casa di Ezzelino”, il famigerato condottiero che tiranneggiò su Padova e gran parte del Veneto.
Ma fu veramente questa la casa di Ezzelino? Sulla parete meridionale di questo edificio si legge un’altra iscrizione di Carlo Leoni: “Rispettarono i secoli / questo edificio / da Ezzelino il Balbo eretto / circa il 1160“.
Tuttavia, a quanto pare, si tratta dell’ennesima leggenda metropolitana sulla storia di Padova firmata Carlo Leoni. Documenti, infatti, comprovano che il palazzo fu fatto erigere dalla famiglia Enghelfredi, confermando la datazione del 1160, ma che questo non fu mai abitato da Ezzelino o da un suo progenitore, quantunque egli fosse discendente del costruttore ed ebbe a conquistare Padova circa un secolo più tardi. La zona era quella del borgo della strazzaria e la famiglia Enghelfredi era appunto dedita sia all’usura che alla “strazzaria” , inteso come mercatino di abiti nuovi ma anche di seconda mano, “vintage” diremmo oggi. Nel Trecento si parla di questa famiglia come una delle più influenti di Padova.

Una leggenda metropolitana sulla storia di Padova assai “strana”. Pietro Cozzo ed il Palazzo della Ragione

Un’ altra leggenda metropolitana sulla storia di Padova firmata Carlo Leoni riguarda invece Palazzo della Ragione. Passeggiando lungo via Fiume da Piazza dei Signori si nota sul fianco occidentale del maestoso Palazzo della Ragione una serie di simboli di pietra, un terrazzino da dove partiva il “ponte dei sospiri” padovano che collegava i tribunali del Salone al Carcere delle Debite sull’altro lato e più sotto l’ennesima iscrizione di Carlo Leoni.

Si legge “Pietro Cozzo questa mole ideò 1172 Padova repubblica romanamente compì 1219“. In realtà mai si seppe con certezza il nome del primo architetto che progettò il Palazzo della Ragione e questo Cozzo sarebbe un’italianizzazione che fece Carlo Leoni del termine “coso” che si usa ancora oggi per indicare una persona non meglio identificata. In questo caso la spiegazione mi pare altrettanto fantasiosa, che si tratti di una fake news in una fake news? Sarà vero? Sarà falso? Sara Ferguson? (cit.)

Dante Alighieri soggiornò davvero nel Palazzo Romanin Jacur?

Anche qui, sul fatto che Dante Alighieri venne a Padova così come sul fatto che Dante e Giotto si incontrarono a Padova nel periodo in cui il noto pittore stava dipingendo la Cappella degli Scrovegni difficilmente avremo mai conferma. E’ verosimile ma non esistono prove certe e documentate…Così come non esistono prove che Dante Alighieri soggiornasse nel palazzo oggi noto come Romanin Jacur in via San Francesco, di fronte alla tomba di Antenore. E visti i precedenti di Carlo Leoni tenderei ad escluderlo…
Qualora fosse vero, saremmo di fronte alla famosa storiella che ci raccontavano da bambini, quella di “Al lupo, al lupo” per cui se per una volta il conte Leoni avesse riportato la verità, non è certa colpa nostra se non gli crediamo più!

Alberto Botton

2 commenti

  1. Grandissimo articolo! Grazie, praticamente conoscevo tutte fake news

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