veduta di Giusto de Menabuoi della Padova del Trecento

La Padova del Trecento nell’arte: la veduta di Giusto de Menabuoi alla Basilica di Santo

Una delle opere d’arte più interessanti e rappresentative degli affreschi della Padova del Trecento è senz’altro la veduta di Giusto de Menabuoi della Padova del Trecento, che si può ammirare all’interno della Basilica di Sant’Antonio

Padova Urbs Picta Padova città dell'affrescoLa nostra città è da qualche anno impegnata nel promuovere la propria candidatura come città Unesco per vedere riconosciuto a livello internazionale il proprio valore come città d’arte proprio a partire dagli affreschi del Trecento e lo sto facendo utilizzando uno slogan/marchio che dir si voglia: Padova urbs picta“.  A partire infatti dalla straordinaria rivoluzione artistica di Giotto gli artisti che hanno raccolto la sua eredità e hanno avuto modo di esprimersi a Padova sono stati diversi, grazie anche alla Signoria dei Carraresi che li ha voluto a corte: tra questi Guariento di Arpo, Altichiero da Zevio, Jacopo Avanzi e Giusto de Menabuoi, il cui meraviglioso ciclo di affreschi al Battistero di Padova ha rappresentato la definitiva consacrazione dell’arte “giottesca” a Padova.

Parlando di affreschi a Padova, non possiamo comunque limitarci all’arte del Trecento poiché la storia prosegue oltre quel secolo, comunque “d’oro” per la nostra città.  Molto bello ed interessante, se avete modo di vederlo, è il  documentario intitolato “Padova città della comunicazione” realizzato da Philippe Daverio. Se volete scoprire perché, al di là del Trecento, Padova può dirsi città dell’affresco  potete leggere il mio post/itinerario alla scoperta degli affreschi di Padova .

La Padova del Trecento “immortalata” dalla veduta di Giusto de Menabuoi

Giusto de Menabuoi, pittore giottesco alla Corte dei Carraresi

Giusto de Menabuoi, nacque a Firenze attorno al 1330 circa e trascorse la sua giovinezza in Toscana ma già a partire dal 1348 viene registrata la sua attività in Lombardia e a Padova. Già una sua opera del 1349 in Lombardia dimostra che il giovane Giusto aveva già conosciuto l’arte del Giotto padovano e quindi questo fa presupporre un suo viaggio a Padova dove ebbe modo di conoscere anche l’arte di Guariento. Divenne anch’egli pittore della corte dei Carraresi e fu proprio a Padova che realizzò le sue opere più importanti a partire dagli affreschi nella Cappella Cortelleri alla Chiesa degli Eremitani (1370) di cui rimangono però pochi lacerti. Tra il 1375 ed il 1378 realizzò il suo più grande capolavoro con il suo Giudizio Universale nel Battistero del Duomo di Padova, opera commissionata da Fina Buzzaccarini, moglie del principe Francesco I da Carrara con l’intenzione di fare dell’edificio un mausoleo di famiglia.

Attorno al 1380 fu impegnato nell’affrescare, all’interno della Basilica di Sant’Antonio la tomba da Vigonza con “l’Incoronazione della Vergine”, i Santi protettori della famiglia e i ritratti di Niccolò e Bolzanello da Vigonza prima di realizzare nel 1382 l’opera d’arte di cui ho pensato di parlare in questo post.

Alla Basilica di Sant’Antonio l’arte di Giusto de Menabuoi ritrae la Padova del Trecento

veduta di Giusto de Menabuoi della Padova del Trecento

Sant’Antonio annuncia al Beato Luca Belludi la liberazione di Padova dalla tirannia di Ezzelino III da Romano.

La veduta della Padova del Trecento fu realizzata nel 1382 da Giusto de Menabuoi e si trova nella Cappella del Beato Luca Belludi all’interno della Basilica di Sant’Antonio ed è la più antica rappresentazione della nostra città In realtà la cappella è dedicata agli  apostoli Filippo e Giacomo il Minore ma ha preso il nome di Luca Belludi dal nome di colui che fu amico e compagno di Frate Antonio negli ultimi tempi della sua vita, in particolare tra il 1230 ed il 1231, anno in cui morì il 13 giugno.

La Cappella Belludi si trova sulla sinistra dopo l’Arca dove riposa Sant’Antonio vicino alla Cappella della Madonna Mora, che costituisce il nucleo più antico della Basilica, quella che era l’antica chiesetta tanto amata da Sant’Antonio in vita e presso la quale espresse il desiderio di essere sepolto.
Questa cappella, realizzata per conto di Naimerio e Manfredino Conti due fratelli, patrizi padovani è costituita da un unico ambiente con una copertura a volta a crociera si suddivide in due aree: lo spazio dei fedeli con la storia dei Santi Fillippo sulla sinistra e Giacomo sul lato destro mentre lo spazio dell’abside è dedicato alla trascendenza e all’intercessione.

La cappella è decorata da ben 68 affreschi ma quello che voglio mostrarvi vi salterà subito all’occhio quando ci sarete di fronte: lo vedrete sulla sinistra e rappresenta l’apparizione di Sant’Antonio al fraticello Luca Belludi (patrono degli studenti, a cui si affidano prima degli esami, uno dei primi iscritti all’antica Università di Padova) che gli predice la notizia della liberazione di Padova dalla dominazione del tiranno Ezzelino da Romano (1256). Potremo chiamare l’opera “La Padova liberata” quindi..Naturalmente Giusto de Menabuoi voleva raffigurare la Padova in cui Sant’Antonio predicava, la Padova comunale del Duecento o meglio quello della tirannia di Ezzelino ma le fattezze sono quelle della città a lui contemporanea anche se, all’epoca della Signoria dei Carraresi, oltre alla prima cerchia di mura della città comunale, vennero realizzate una seconda ed una terza cerchia di mura.

Quello che si vede è una bellissima immagine della Padova medievale con le sue mura alte e possenti, le molte case-torri dei patrizi padovani, si nota il Palazzo della Ragione e ancor di più, sulla sinistra il Castello di Padova con le sue torri dipinte a scacchi bianchi e rossi, i colori della città. Si vede anche la torre principale, il mastio detto  Torlonga, oggi nota come Specola e divenuta nel 1777 Osservatorio astronomico.

La Basilica di Sant’Antonio con questa e altre opere rientra nei luoghi di Padova Urbs Picta, “arruolati” per fare di Padova, una città Unesco Patrimonio dell’Umanità, un riconoscimento importante ma che alla fine si fonda su un patrimonio artistico e culturale del quale Padova si può fregiare, senza attendere il giudizio dei valutatori Unesco. Certo, è un’occasione perché tutte le componenti cittadine si uniscano nel perseguire un obiettivo comune, il che è già un’opportunità di per sé per poter “crescere”! Ma questo è un altro discorso…

Alberto Botton

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