Quando l’Appiani era Padova: storia di uno stadio e di una città

Stadio Appiani Padova e la mitica tribuna est alla fine abbattuta. L’ennesimo colpo di piccone sul calcio romantico che fu. Sono in corso i lavori per la realizzazione di una tribunetta a terrapieno che ricorda quella delle origini, negli anni Venti.


All’interno di un blog dedicato a Padova, curato da chi ama e interpreta la città con sguardo affettuoso e partecipe, non può mancare un articolo sullo Stadio Appiani. Quello che leggerete è un tributo al Calcio Padova, alla sua storia, ma anche alla memoria collettiva della città. Perché raccontare l’Appiani significa raccontare una Padova popolare, fatta di emozioni condivise, rituali domenicali, cori, delusioni e gioie vissute sugli spalti da generazioni di tifosi.

Certo, esiste la “grande storia”, quella dei personaggi illustri, della cultura accademica e museale. Ma esiste anche una cultura popolare, che si trasmette di padre in figlio, che si costruisce nella quotidianità. E lo Stadio Appiani è stato uno dei luoghi simbolo di questa cultura: un monumento al calcio romantico, a una Padova che forse oggi si fa fatica a riconoscere.

Indice dei contenuti

Lo stadio come specchio dell’identità cittadina

Con i suoi settant’anni di servizio e superati i cento anni dalla sua costruzione, lo Stadio Appiani ha rappresentato non solo un impianto sportivo, ma un luogo identitario della città intera oltre che uno dei luoghi del Calcio Padova imprescindibili. Qui si sono ritrovati padovani di ogni estrazione sociale e di ogni quartiere, uniti dalla passione per il biancoscudo.

È vero, non tutti i padovani si sono sentiti parte di questo rito collettivo. Padova è città d’adozione per molti, studenti e lavoratori arrivati da fuori e rimasti qui per scelta o per destino. Spesso, per loro, il legame calcistico resta con la città natale. Ma l’Appiani, per chi l’ha vissuto, è stato casa, appartenenza, cuore.

Oggi, l’Appiani ospita le partite del settore giovanile del Calcio Padova e della squadra del San Precario. Dopo anni di abbandono, è stato in parte recuperato, con la ristrutturazione della tribuna ovest e sud e degli spogliatoi. Ma il cuore dello stadio, la sua anima, la mitica tribuna est, non c’è più.

Addio alla tribuna est: un’occasione mancata per la memoria collettiva

La vecchia e storica tribuna est, quella dei maggiori successi del calcio a Padova, è stata abbattuta a partire dal 2024, dopo anni di incuria. Per chi l’ha vissuta, era una muraglia umana: compatta, vibrante, capace di spingere la squadra alla vittoria con la sola forza del tifo. Era il settore dei “popolari”, l’anima dello stadio, quella che faceva tremare le gambe agli avversari. Non a caso si era guadagnata la nomea di “Fossa dei leoni” dove spesso e volentieri anche le grandi squadre avevano la vita dura e più di qualche volta soccombevano sul piano della prestanza atletica e anche del risultato finale. E oggi, semplicemente, non esiste più.

Il suo crollo fisico è anche simbolico: rappresenta la scarsa attenzione che la città ha riservato alla sua cultura popolare. Non c’erano i fondi per restaurarla, si dice. Né pubblico, né privato. Ma forse, ancora prima, è mancata la volontà, la consapevolezza del suo valore simbolico.

Altrove, come a Torino con il Filadelfia, si è scelto di ricostruire, una volta avvertita la perdita. Noi avremmo avuto la possibilità di mantenere e recuperare quando ancora era rimasto in piedi. Tuttavia si è lasciato che il tempo e il silenzio decidessero per noi. E alla fine, le ruspe hanno fatto il resto. Per molti padovani, il giorno delle ruspe su quella tribuna, me incluso, quel giorno è stato un lutto. Probabilmente però la strada era segnata. Se è successo al Filadelfia di Torino dove la squadra è una religione, poteva succedere anche a Padova.

“Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione…” – Pier Paolo Pasolini

Il nuovo progetto e una proposta per non dimenticare

E ora? L’area sta vivendo una nuova trasformazione. Al posto della tribuna est è prevista la realizzazione di un terrapieno, un piccolo rilievo erboso che richiama l’originaria struttura degli anni Venti. Precisamente lo stadio fu realizzato nel 1924 e prima della realizzazione della tribuna in muratura i tifosi vi si assiepavano lungo la linea del campo. Il nuovo progetto prevede comunque la posa sul terrapieno di qualche gradino con circa 200 posti a sedere.

Un intervento sobrio, forse l’unico oggi possibile. Ma che potrebbe diventare un’occasione per salvare almeno la memoria. Immagino una “passeggiata dei campioni” sulla sommità del terrapieno: una serie di pannelli o cippi commemorativi che raccontino la storia dello stadio e dei suoi protagonisti, noti e meno noti, uniti dalla passione per il Padova.

Nel frattempo, è stato realizzato lo “stombinamento” del canale Alicorno, che scorre sotto l’area. O meglio di un rigagnolo che mostra lo scorrere delle acque del Canale Alicorno, in passato ben più ampio. L’idea è senz’altro affascinante, coerente con il progetto di valorizzazione delle mura rinascimentali, che restituirebbe bellezza e continuità al paesaggio urbano tra Prato della Valle e Porta Santa Croce. Vedremo l’effetto a lavori conclusi.

Storia del tempio del calcio padovano

Lo Stadio Appiani fu inaugurato il 19 ottobre 1924, con Padova-Andrea Doria 6-1. Da allora, per 70 anni, è stato la casa del Calcio Padova, fino all’ultima partita ufficiale del 24 maggio 1994 contro il Palermo (0-0).

Intitolato a Silvio Appiani, giovane bomber del Padova caduto sul Carso a soli 19 anni durante la Prima Guerra Mondiale, lo stadio ha visto passare migliaia di storie: quelle dei giocatori, dei tifosi, dei padovani che, ogni domenica, si davano appuntamento tra le sue mura.

Negli anni, l’impianto fu ampliato e ristrutturato. La tribuna ovest in legno, nello stile degli stadi inglesi, con lo stemma del Calcio Padova sullo spiovente della tribuna, era particolarmente suggestiva. Ma il cuore pulsante era la tribuna est, vera “Fossa dei Leoni”, che ha fatto da cornice a partite leggendarie e a tanti sogni.

Nel 2010, anno del Centenario del Calcio Padova, si celebrò all’Appiani il Nereo Rocco Day, in onore del grande allenatore biancoscudato. Fu una giornata speciale, con vecchie glorie e giovani leve, un passaggio simbolico tra passato e futuro. In quella occasione ci fu una partita di giovani calciatori del Padova accompagnati dai Panzer di Rocco degli anni ’50. Tra questi il capitano Zanon, il campione svedese Kurt Hamrin, Humberto Rosa (purtroppo tutti e tre mancati negli anni seguenti) e molti altri.

Nell’occasione i partecipanti ricordarono i compagni che nel frattempo erano passati a “miglior vita“, il tutto prima della presentazione del bellissimo libro “Nereo Rocco” di Gigi Garanzini. A proposito che grande Garanzini, l’ultimo dei giornalisti o meglio scrittori italiani in grado di parlare di calcio come espressione di cultura popolare, come piace a me. Gli altri furono Gianni Brera, Gianni Mura e Gianni Minà.

In quella giornata feci alcune foto ed in particolare ricordo di aver parlato con un anziano tifoso che orgogliosamente esibiva la sua bandiera che portava allo stadio da 40 e passa anni. Vedi le foto cliccando di seguito: foto 1foto 2foto 3foto 4

Le partite più leggendarie del Padova allo Stadio Appiani

Storie di tifosi, calciatori, allenatori, giornalisti, addetti al campo, tantissimi aneddoti, anche raccolti in vari libri pubblicati nel corso degli anni rendono questo luogo un “teatro dello storytelling” patavino. E non sono di certo mancate partite memorabili di cui si è tramandata la memoria da nonno, padre fino al nipote. Avete presente i film americani in cui il padre insegnando al figlio come si lancia una palla da baseball, raccontava di quell’incredibile fuoricampo che fece Joe di Maggio in quella data partita? Ecco, immagino un po’ lo stessa cosa quando un nonno padovano raccontava le più memorabili partite dell’Appiani.

Vi metto alcuni video da YouTube. Da sinistra a destra la partita del 20 febbraio 1949 contro il Grande Torino finita 4-4, una sfida epica anche per gli stessi tifosi del Torino. Ed altri due video spettacolari: Padova – Milan 5-2 (09/12/1952) e Padova-Milan 3-2 (06/04/1958).

Lo Stadio Appiani non è stato soltanto un impianto sportivo, ma un vero teatro della memoria collettiva patavina. Le sue tribune hanno visto passare generazioni di tifosi, calciatori, allenatori, giornalisti, raccattapalle e semplici appassionati. Tra aneddoti, cronache e libri, si è stratificata una narrazione epica, quasi orale, che ha tramandato gesta e partite leggendarie di padre in figlio, di nonno in nipote.

Come in quei film americani in cui il padre racconta al figlio del fuoricampo di Joe DiMaggio, anche a Padova si tramandano storie di partite indimenticabili all’Appiani. Alcune le possiamo oggi rivedere nei filmati d’epoca, vere reliquie digitali custodite su YouTube.

Ve ne propongo tre, in ordine cronologico:

  • Padova – Grande Torino 4-4 (20 febbraio 1949): una sfida epica, tra due squadre che si affrontarono a viso aperto. Una delle poche squadre a fermare quel leggendario Torino.
  • Padova – Milan 5-2 (9 dicembre 1952)
  • Padova – Milan 3-2 (6 aprile 1958)

Partite giocate a viso aperto contro le grandi del nord, che dimostrano il livello altissimo raggiunto dal Padova in quegli anni.

Indimenticabile anche Padova – Juventus 1-1 del 1958, con uno stadio gremito ben oltre la capienza, tanto che il pubblico sedeva a bordo campo, lungo le linee laterali. Una vittoria ci avrebbe proiettati nella lotta per lo scudetto. Così non fu, ma l’emozione di quella giornata resta viva nella memoria di chi c’era.

Il Padova di Nereo Rocco, “il Paròn”, negli anni Cinquanta, era una delle squadre più temute d’Italia. Nel campionato 1957-58 raggiunse un incredibile terzo posto in Serie A, miglior piazzamento di sempre.

Se penso a quel periodo, mi vengono in mente due immagini. La prima: Humberto Rosa e Brighenti che esultano dopo un gol alla Roma, con alle spalle un muro umano nei popolari e nei distinti (foto simbolo anche del libro di Pino Lazzaro La fossa dei Leoni). La seconda: Kurt Hamrin portato in trionfo dai tifosi, davanti alla vecchia tribuna ovest in legno, decorata con lo scudo del comune. Uno stadio all’inglese, raccolto, che permetteva ai tifosi di essere il vero dodicesimo uomo in campo. Altro che stadi moderni con la pista d’atletica…

Ma le sfide memorabili non si fermano agli anni Cinquanta.

Negli anni Ottanta, anche in Serie C o C2, l’Appiani si riempiva con oltre ventimila persone. E poi gli ultimi anni, quelli vissuti in prima persona in Curva Nord a inizio anni Novanta, quando per tre stagioni si rincorse il sogno Serie A, centrato proprio nel campionato dell’addio allo stadio.

Erano gli anni dei vari Galderisi, Albertini, Di Livio, Maniero, Longhi… e soprattutto di un giovanissimo Alessandro Del Piero, che proprio all’Appiani segnò il suo primo gol tra i professionisti.

Vi propongo altri tre video che racchiudono lo spirito di quegli anni:

  • Padova – Barletta 4-3 (9 giugno 1991): guardate gli ultimi due minuti, con la voce di Gildo Fattori e un gol a tempo scaduto che fece esplodere uno stadio gremito. Io quella partita la vidi dal tetto della villetta accanto, pagando 15 mila lire di biglietto: ne valse ogni lira.
  • Padova – Ascoli 3-2 (13 giugno 1993), il giorno di Sant’Antonio: da 0-2 a 3-2 in una rimonta travolgente all’ultimo minuto. Sugli spalti, 15.000 bandiere bianche e rosse sventolavano creando un colpo d’occhio indimenticabile. Purtroppo, non bastò per la promozione, ma le emozioni restano scolpite nei cuori di chi c’era.
  • Padova – Palermo 0-0 (29 maggio 1994): l’ultima partita dell’Appiani prima del passaggio allo Stadio Euganeo. Un addio malinconico, ma inevitabile.

Da allora, lo stadio è entrato nel regno dei ricordi. Ma il suo spirito, quello dell’Appiani, vive ancora. Nei racconti, nelle foto in bianco e nero, nei video sgranati, nelle emozioni di chi, anche solo una volta, ci è entrato. Un luogo che resta inciso nella memoria collettiva della città, simbolo della nostra identità calcistica e cittadina.

Ricordi personali dello Stadio Appiani

Quando penso all’Appiani, torno bambino: andavo allo stadio con mio papà o con un amico e suo padre, tifosissimo del Club Dea Cioca della Paltana. L’avvicinarsi allo stadio era un crescendo di emozione: una marea di persone in cammino da ogni parte della città e della provincia. Si parcheggiava lontano, e a piedi ci si univa a quel fiume umano.

Ricordo lo stadio gremito, si stava stretti come sardine. L’odore dell’erba, il fumo delle sigarette, mio padre che mi sollevava sulle spalle per farmi vedere meglio la partita. La mia prima partita all’Appiani avvenne tra il 1983 e il 1984 non ricordo bene. Ricordo bene alcuni giocatori in campo però c’erano Cerilli, Franco “Cina ” Pezzato, Da Re, Maiani, Boito, Restelli…

“Il calcio è un rito collettivo, un’esperienza religiosa indispensabile per il nostro ecosistema emotivo.”
(M. Vázquez Montalbán, Fútbol: una religión en busca de un dios)

Mi faceva sorridere una cosa: i giocatori del Padova sembravano tutti uguali, con capelli ricci e baffi (Fellet, Rastelli, Ravot, Fanesi, Giansanti)… forse era solo la moda del tempo. Avevo sette anni, ma ricordo tutto come fosse ieri.

Indimenticabili anche gli annunci pubblicitari: “Trenfor, casa della poltrona a Roncaglia di Ponte S. Nicolò”, “Caffè bianco o caffè nero? Il caffè che vale un Perù”, o il venditore di caramelle che strillava: “Caramelle all’anice, all’arancia, doppiamenta… ’na carta da mie!

Poi, crescendo, è arrivato il tempo della Curva Nord, sotto lo striscione degli Hell’s Angels Ghetto. Anni di passione e amicizia, in cui il Padova schierava nomi come Albertini, Di Livio, Benarrivo, Galderisi, Maniero e un giovane Del Piero. L’Appiani era un’arena vera, con le tribune a due passi dal campo e un tifo che si faceva sentire. Per questo lo chiamavano “la Fossa dei Leoni”, soprannome che ha ispirato il nome del primo storico gruppo ultras biancoscudato.

Stadio Appiani: Padova, una città che dimentica?

La demolizione della tribuna est ci lascia con un interrogativo amaro: che valore diamo alla nostra memoria collettiva? Padova, città colta e raffinata, sembra a volte dimenticare le sue radici popolari. Eppure, anche l’Appiani è cultura. Non alta, forse. Ma viva, partecipata, condivisa.

Una certa patavinitas, quella più autentica e quotidiana, aveva trovato casa qui. Non averla tutelata è stata una sconfitta, per i tifosi, per la città e per il senso di appartenenza che ci unisce. Rimane la speranza di fare il possibile, con il progetto in essere di mantenere curato il luogo e, a questo punto, maggiormente vissuto.

Alberto Botton

1 commento

  1. carissimo alberto,
    approvo tutto quello che hai raccontato….
    la mia prima all’Appiani primavera 1983 con Padova – Carrarese 2-1 e il leggendario rigore di manzin che ci fece vincere la partita e mi pare la promozione in B (in panchina quel galantuomo di Bruno Giorgi)
    poi ancora diverse all’appiani e una o due all’euganeo, lo stadio più brutto del mondo…

    ma l’appiani, lo stadio di padova, sempre nel cuore…. per sempre
    (pronti la doppia menta, all’anice …. ahahahaah grandeeeeeeee)
    aloha

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Alberto Botton
Alberto Bottonhttps://www.blogdipadova.it/
Insegnante di accoglienza turistica e geografia, appassionato di territorio, scrivo su Padova e provincia sul web da oltre 15 anni. Mi piacciono i podcast e la birra artigianale.

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